Notiziario n. 43 del 18 aprile 2024

Approvato dal CDM il DEF 2024, ora al vaglio delle camere

Non definiti gli obiettivi. Punto interrogativo sulle pensioni 2025.


Il Consiglio dei Ministri, nella riunione del 9 aprile 2024, ha approvato il DEF (Documento di Economia e Finanze), che rappresenta il più importante documento programmatico di politica economica e reca di norma gli intendimenti e gli impegni che il Governo ha scelto di perseguire in materia di finanza pubblica, documento che poi a settembre viene attualizzato e aggiornato (NADEF) prima dell’adozione da parte del Consiglio dei Ministri del disegno di legge di bilancio.

IL DEF 2024 reca il c.d. “quadro tendenziale” di finanza pubblica, e cioè i numeri e le stime sui conti pubblici: – PIL (Prodotto Interno Lordo): nel 2024, è fissato all’1%, -0,2 rispetto alla previsione NADEF 2023; 

  • Deficit: nel 2024, il rapporto deficit/PIL viene fissato al 4,3%, un po’ meno rispetto al 2023 ma pur sempre ancora alto, dato per il quale, con riferimento al 2023, è attesa dall’Europa una procedura di infrazione;  
  • Debito: il rapporto debito/PIL nel 2024 viene fissato al 137,8%, dunque in crescita (+ 0,4% rispetto al 2023) e che si prevede ancora in rialzo negli anni a venire fino al 2027. 

Un quadro abbastanza critico, dunque, quello sui conti pubblici, che il Ministro dell’Economia Giorgetti imputa comunque tutto al c.d. “superbonus”.

Il DEF approvato dal Consiglio dei Ministri manca questa volta del c.d. “quadro programmatico”, e cioè degli obiettivi di finanza pubblica (impegni e riforme), che saranno tutti definiti a settembre in sede di NADEF, circostanza questa che rappresenta davvero una novità per un Governo che ha ancora un orizzonte lungo di fronte a sé (è già successo con i Governi Gentiloni e Draghi, ma a mandato pressoché concluso).  

Va però detto, a tal proposito, che il Ministro Giorgetti ha assicurato che nel 2025 verranno comunque confermati sia il taglio del “cuneo fiscale” sia l’accorpamento delle prime due aliquote IRPEF operanti nel 2024, per i quali però serviranno circa 15 mld di euro, che non sarà certo facile trovare.

La mancanza del “quadro programmatico” non consente, allo stato, di comprendere le intenzioni del Governo in materia di pensioni 2025, ma sin da ora un paio di cose appaiono chiare: 

  • la prima, che il 2025 non vedrà ancora una volta alcuna riforma strutturale della legge Fornero, ripetutamente annunciata in questi anni ma sino ad oggi non ancora realizzata; 
  • la seconda, che, alla luce dei problemi di tenuta dei conti pubblici, appare invece realistico il rischio di un ulteriore inasprimento delle regole per andare in pensione nell’anno a venire e che, come già avvenuto nel 2023 e 2024, si utilizzi ancora una volta il sistema pensionistico per fare cassa.

Come si ricorderà, negli ultimi due anni, le leggi di bilancio hanno reso più difficile l’uscita anticipata dal mondo del lavoro, inasprendo i requisiti necessari e allungando le finestre mobili, dunque di fatto peggiorando la legge Fornero che doveva essere cancellata e riscritta aumentando la flessibilità in uscita.

Per l’anno in corso, la legge di bilancio ha infatti: confermato “quota 103”, ma vincolandola al calcolo contributivo, riducendo da cinque a quattro volte il trattamento minimo l’importo massimo  erogabile fino ai 67 anni e raddoppiando di fatto le finestre mobili; per l’Ape Sociale, il requisito anagrafico è stato innalzato di 5 mesi (da 63 anni a 63 anni e cinque mesi), riducendone in aggiunta la platea; per Opzione Donna,  il requisito anagrafico è stato aumentato addirittura di 12 mesi (61 anni al posto dei 60); per la pensione anticipata contributiva, incrementato da 2,8 a 3 volte l’importo dell’assegno sociale per l’accesso con fissazione di un tetto per l’assegno pensionistico (non oltre 5 volte il trattamento minimo) e una finestra mobile di 3 mesi. 

Da ricordare inoltre l’introduzione nel 2024 di penalizzazioni per i lavoratori pubblici iscritti alle Casse già amministrate dal Tesoro (alleggerite solo per i lavoratori della Sanità), l’aumento degli oneri per le domande di riscatto e la conferma dei tagli per l’adeguamento delle pensioni al tasso di inflazione (c.d. “perequazione”), che hanno comportato una minore copertura per gli assegni superiori a 4 volte il trattamento minimo.  

Se queste sono state le scelte in materia previdenziale per l’anno in corso, per il 2025, alla luce del quadro tendenziale definito dal DEF, l’orizzonte non appare certo rasserenato e non autorizza attese in positivo. 

Se da un lato è prevedibile che la riforma della legge Fornero slitterà ulteriormente agli anni a venire, è ancora poco comprensibile quali possano essere gli interventi in materia previdenziale per il 2025. 

E allora, cosa bolle in pentola in materia previdenziale per il 2025?  Proviamo a fare delle ipotesi al riguardo.  

Molto probabile la conferma dei requisiti della Fornero, che sono: 67 anni di età con 20 anni di contributi per la pensione di vecchiaia o, in alternativa, 42 anni (41 per le donne) e 10 mesi di contributi indipendentemente dall’età anagrafica per la pensione anticipata ordinaria. È comunque sicuro che per almeno altri 2 anni non ci sarà alcun innalzamento dei requisiti per andare in pensione visto che l’ISTAT non ha accertato una variazione significativa delle speranze di vita tale da giustificare un aumento dell’età pensionabile.

Potrebbe essere confermata “quota 103” o varata una “quota 104” (63 anni d’età con 41 anni di contributi), e si è letto anche della possibilità di varare una “quota 41 per tutti”, che consentirebbe a tutti i lavoratori di andare in pensione con 41 anni di contributi indipendentemente dall’età, ma vincolandone comunque l’accesso al ricalcolo interamente contributivo della pensione, e dunque con un’evidente penalizzazione. 

E per i c.d “contributi puri”, e cioè per quanti entrati nel mondo del lavoro dopo l’entrata in vigore della riforma Dini (1.01.1996), potrebbe esserci la conferma delle opzioni a loro riservate (pensione di vecchiaia con 71 anni d’età e 5 anni di contributi o pensione anticipata con 64 anni d’età e 20 anni di contributi, ma con un assegno pensionistico almeno pari a 3 volte l’assegno sociale, e soglia più bassa per le lavoratrici con figli). 

In aggiunta, è immaginabile che il Governo non sia in grado di ridurre le penalizzazioni introdotte nel 2023 e 2024 in materia di perequazione, 

Dunque, nella migliore delle ipotesi, il 2025 potrebbe confermare il quadro 2024 in materia di pensioni.

A questo punto, approvato dal Consiglio dei Ministri il DEF 2024, che è immaginabile venga confermato in toto dal voto del Parlamento, è necessario che la Ministra del Lavoro convochi rapidamente le Parti Sociali per aprire il necessario confronto sulle scelte in materia di pensioni per il 2025. 

Noi lo chiediamo con forza!


A cura del Coordinamento Nazionale CSE FLP Pensionati


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