Notiziario n. 22 del 4 febbraio 2026
Stime della RGS: ben 7 mesi di aumento dell’età pensionabile al 2031
Mozione di maggioranza alla Camera per evitare nuovi “esodati” nel 2027
Nei giorni scorsi, ha avuto larga eco sui media la pubblicazione delle previsioni, elaborate con i modelli aggiornati a giugno 2025 della Ragioneria Generale dello Stato, sulle tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e su quelle del sistema socio-sanitario costruite sugli scenari previsionali di ISTAT in funzione delle aspettative di vita.
Per quanto attiene al sistema previdenziale, le stime della Ragioneria fissano l’aumento dell’età pensionabile da qui al 2031 in complessivi 7 mesi: 1 mese in più dal 2027 e ulteriori 2 mesi in più dal 2028, per come già sancito dalla legge di bilancio 2026; ulteriori 2 mesi dal 2029 e, infine, altri due mesi in più a partire dal 2031.
I requisiti di uscita avrebbero conseguentemente queste caratteristiche:
- pensionamenti di vecchiaia: 67 anni d’età e 1 mese nel 2027; 67 anni e 3 mesi nel 2028; 67 anni e 5 mesi nel 2029 e, infine, 67 anni e 7 mesi nel 2031;
- pensionamenti anticipati: 42 anni e 11 mesi di contributi versati nel 2027; 43 anni e 1 mese nel 2028; 43 anni e 3 mesi nel 2029 e infine 43 anni e 5 mesi nel 2031 (sempre, in ogni caso, un anno in meno per le donne).
È di tutta evidenza come un andamento di questo tipo, che allungherebbe in maniera corposa i tempi di uscita dal mondo del lavoro già ora pesantissimi e senza eguali in Europa, appaia assolutamente allarmante e per questo occorrerà che il Governo si muova sin da subito per trovare i giusti e definitivi correttivi.
Ma c’è un altro allarme all’orizzonte, ancor più ravvicinato, che impone al Governo un intervento deciso: l’aumento di un mese dell’età pensionabile dal 1° gennaio 2027, fissato dall’ultima legge di bilancio, rischia di produrre una nuova leva di “esodati”. Trattasi di lavoratori che hanno lasciato il lavoro entro il 31.12.2025, già destinatari di accordi di uscita dal lavoro sottoscritti dalle Parti attraverso contratti di sospensione (misura che permette ai lavoratori prossimi all’età pensionabile di uscire anticipatamente dal lavoro senza divieto di rioccupazione), contratti di espansione (finalizzati al ricambio generazionale, consentono lo “scivolo” pensionistico fino a 5 anni per i lavoratori prossimi alla pensione), e fondi di solidarietà bilaterali (finalizzati a garantire tutele di sostegno al reddito in caso di sospensione o riduzione dell’attività lavorativa, coprendo settori non coperti dalla Cassa Integrazione ordinaria). Tutte e tre queste opzioni sono state costruite dalle Parti su un quadro INPS che non prevedeva aumenti dei requisiti pensionistici né nel 2027 né nel 2028, ma che ora, in ragione dell’aumento dell’età pensionabile di 1 mese dal 1.1.2027, rischiano ora di produrre esodati senza reddito, senza pensione e senza contribuzione.
Le stime parlano di circa 55mila lavoratori che potrebbero essere complessivamente interessati da questa circostanza negativa, un problema sociale enorme che ricorda le centinaia di migliaia di esodati prodotti dalla riforma Fornero del 2011 e che hanno reso necessario diverse e successive “salvaguardie legislative” che hanno consentito loro di andare in pensione con i vecchi requisiti.
Un problema, questo, che impone al Governo una iniziativa urgente, per aumentare la flessibilità in uscita e, in ultimo, di bloccare comunque la crescita dell’età pensionabile.
Delle ripetute inadempienze di questi anni e del “problema esodati” intervenuto con la legge di bilancio, sembrano essersene accorte – finalmente – le stesse forze politiche di maggioranza che, in data 29 gennaio u.s., hanno approvato alla Camera una mozione di maggioranza, con il parere favorevole della Ministra del Lavoro, che impegna il Governo a valutare correttivi per frenare l’aumento dell’età pensionabile puntando ad una maggiore flessibilità in uscita e al rafforzamento della previdenza complementare, il tutto “attraverso il riordino, il potenziamento e l’eventuale introduzione di nuove misure che amplino la platea dei beneficiari, con particolare riferimento alle donne, ai lavoratori con carriere discontinue e ai soggetti più deboli nel mercato del lavoro». La mozione sollecita inoltre l’avvio di un “confronto con le parti sociali… al fine di delineare un percorso di riforma ampio e strutturato, coerente con l’evoluzione del mercato del lavoro, la crescita economica e la sostenibilità del sistema nel lungo periodo”.
È quello che, come CSE, chiediamo inascoltati da anni.
A cura del Coordinamento Nazionale CSE FLP Pensionati
